Omelia pronunciata nella festa di inaugurazione del Centro “Gioia di Vivere”
Santo Domingo de los Colorados – Ecuador
“Signore, come è bello stare qui! Se vuoi faremo tre tende: una per te, una per Mosé e l’altra per Elia” (Mt 17)
Miei cari e amati fratelli e sorelle,
rivolgo un saluto cordiale al Console di Polonia, il signor Tomás, ai miei confratelli e ai membri dell’Associazione “Alegría de vivir”. Oggi è un giorno di grande allegría per tutti noi: per i frati di questa comunità, per la Associazione Alegría de vivir, e per questa comunità parrocchiale che inaugura il suo Centro di Pastorale Sociale. Nel Vangelo di oggi, il Padre ci invita a ascoltare suo Figlio; ascoltiamo insieme quello che il Signore ci dice nella liturgia della Parola di questa celebrazione, senza tralasciare, naturalmente, di prestare attenzione all’ascolto dei nostri fratelli e sorelle, nell’Eucaristía che vogliamo condividere.
Oggi, la prima lettura ci presenta la vocazione di Abramo: un uomo già avanti negli anni, senza figli, senza grandi speranze umane per sé, e senza neppure essere segnale di speranza per gli altri. il Signore pone la sua fiducia in quest’uomo e lo sfida a lasciar quello che già possiede e a confidare in una promessa umanamente assurda: essere padre, non soltanto di un figlio, ma di una moltitudine. Per questo il Signore gli dice:” Esci dalla tua terra e dalla casa di tuo padre,, verso la terra che io ti indicherò” ( Gen 12). E Abramo, lascia la sua terra…. Abramo ascolta e obbedisce al Signore. La vocazione di Abramo è modello per tutti i chiamati; a ciascuno di noi il Signore lancia la stessa sfida, valida per tutti i cristiani, e ancora di più per noi di America Latina, che dobbiamo ricordare quanto la Conferenza di Aparecida ci invitava a essere: “Discepoli e missionari, perché in Lui possiamo avere la vita”. La vocazione è una grazia di Dio. Il Signore non ci chiama perché siamo migliori di altri o per alcun nostro merito speciale. L’apostolo Paolo nella Lettera che abbiamo ascoltato dice:” Egli ci salvò e ci chiamò ad una vita santa, non per i nostri meriti, ma perché sin dall’eternità, Dio ha deciso darci la sua grazia, per mezzo di Gesù Cristo. É la Grazia che ci raggiunge, perché non abbiamo fatto niente per meritarla, ma il Signore stesso ci chiama a tutti, e non solamente ai sacerdoti o ai religiosi e religiose, per essere missionari. Per questo è importante prima di tutto che siamo discepoli. Il discepolo è colui che passa attraverso una forte esperienza di incontro con Dio, è colui che possiede una spiritualità, una vita di preghiera. Oggi nel Vangelo, Gesù chiama i suoi discepoli a salire con Lui alla montagna. Gesù voleva pregare, e lí egli vive una esperienza mistica, la trasfigurazione, che è in certo modo la anticipazione della gloria della Resurrezione. È significativo vedere chi sono i discepoli che Gesù chiama a stare con lui; sono i più vecchi (Pietro e Santiago) e il più giovane (Giovanni). Noi, come loro, siamo chiamati a entrare in una esperienza di incontro con il Signore. E questo non è una opzione per il cristiano – posso dire sí o no - ma piuttosto una esigenza che nasce dal fatto di essere cristiano. L’esperienza é tanto forte che Pietro propone di rimanere lí, in contemplazione. Possiamo notare come egli non propone di fare una tenda per sé, se non di farla per i tre più importanti: Gesù, Mosé e Elia. Ma la sua proposta non è presa in considerazione, perché non è sufficiente essere discepoli, bisogna essere missionari: è necessario scendere dalla montagna.
Il centro del Vangelo di oggi è l’espressione del Padre:” Questo è mio figlio, l’amato, il prediletto” Ascoltatelo”. Questa è la volontà del Padre circa suo Figlio: che deve essere ascoltato dai suoi discepoli. È a lui, al Figlio amato e prediletto, che dobbiamo ascoltare per comprendere il significato della inaugurazione e benedizione che stiamo celebrando. Come ho già detto, si tratta di un giorno di festa per tutti: i frati, l’Associazione Alegría de Vivir e la comunità. Coscienti che nessuno è tanto povero che non abbia qualche cosa da dare e nessuno è tanto ricco che non abbia qualche necessità, posso dire che questo Centro nasce dalla sofferenza di tutti noi. Ció che vedo molto positivo in questa opera è la collaborazione tra i laici e i frati in vista di un progetto comune. Il nostro continente, America Latina, fu evangelizzato agli inizi, dallo sforzo dei laici e delle laiche che arrivarono qui dalla Spagna e dal Portogallo, in un numero significativo rispetto al clero secolare. Questo fatto ci da molta allegria e vedo in questo una risposta della chiesa che comprende che non può più evangelizzare senza contare con l’apostolato dei laici.
Per questo motivo voglio ringraziare, a nome del governo dell’Ordine e a nome mio personale, ai frati dell’Ecuador, ai nostri fratelli dell’Associazione Alegría de Vivir, che lasciarono il proprio paese per venire qui con amore, a queste terra di Ecuador. A loro va la nostra gratitudine e benedizione. Il centro che stiamo per benedire, che sarà destinato a ricevere i bambini e in futuro le famiglie, nasce come una risposta alla vocazione cristiana e alla spiritualità francescana. Tutti conosciamo l’affetto di Gesù con i piccoli “ Lasciate che i bambini vengano a me”.
È appunto questo che vogliamo significare con questa opera: che i bambini possano venire in questa comunità, con i frati, nella parrocchia, nel Centro. Ma anche dobbiamo ricordare che a suo tempo Francesco fece una opzione per i più bisognosi, per il lebbrosi.
Ricordo una bella immagine che si trova nel proto-convento di Rivotorto che mostra Francesco attorniato da bambini. Questa opera, fratelli e sorelle, è una risposta francescana e pastorale alle urgenze della comunità, perché soprattutto in America Latina non possiamo separare l’evangelizzazione dai progetti sociali, dalla promozione umana. Essere un pastore –francescano implica, qui più che altrove, avere attenzione ai poveri, ai giovani, ai bambini, tutte opzioni preferenziali ribadite nella Conferenza di Aparecida.
In questi giorni, parlando con i fratelli che sono arrivati dall’Italia ho scoperto che questa opera nasce a partire dell’amicizia con il nostro fra Marcos, sino ad ora missionario in Pisa e che adesso è qui in Ecuador. Essi mi dicevano che li unisce l’amicizia con lui, e da questo è nata la vicinanza e l’attenzione all’Ecuador. Voglio manifestare a fr. Marcos la nostra gratitudine per il suo lavoro e dedicazione a favore di questa opera che sta nascendo.
“ Alzatevi, non abbiate paura” ( Mt 17), così parla il Signore nel Vangelo ai suoi discepoli, così egli parla a tutti noi oggi. Che questa opera non sia la unica dei frati e dell’Associazione, ma che a partire da questo luogo, Santo Domingo de los Colorados, possiamo veder nascere molte altre opere che possano portare i valori della fede cristiana e della spiritualità francescana. Che così sia. Amén!
Santo Domingo de los Colorados – Ecuador
“Signore, come è bello stare qui! Se vuoi faremo tre tende: una per te, una per Mosé e l’altra per Elia” (Mt 17)
Miei cari e amati fratelli e sorelle,
rivolgo un saluto cordiale al Console di Polonia, il signor Tomás, ai miei confratelli e ai membri dell’Associazione “Alegría de vivir”. Oggi è un giorno di grande allegría per tutti noi: per i frati di questa comunità, per la Associazione Alegría de vivir, e per questa comunità parrocchiale che inaugura il suo Centro di Pastorale Sociale. Nel Vangelo di oggi, il Padre ci invita a ascoltare suo Figlio; ascoltiamo insieme quello che il Signore ci dice nella liturgia della Parola di questa celebrazione, senza tralasciare, naturalmente, di prestare attenzione all’ascolto dei nostri fratelli e sorelle, nell’Eucaristía che vogliamo condividere.
Oggi, la prima lettura ci presenta la vocazione di Abramo: un uomo già avanti negli anni, senza figli, senza grandi speranze umane per sé, e senza neppure essere segnale di speranza per gli altri. il Signore pone la sua fiducia in quest’uomo e lo sfida a lasciar quello che già possiede e a confidare in una promessa umanamente assurda: essere padre, non soltanto di un figlio, ma di una moltitudine. Per questo il Signore gli dice:” Esci dalla tua terra e dalla casa di tuo padre,, verso la terra che io ti indicherò” ( Gen 12). E Abramo, lascia la sua terra…. Abramo ascolta e obbedisce al Signore. La vocazione di Abramo è modello per tutti i chiamati; a ciascuno di noi il Signore lancia la stessa sfida, valida per tutti i cristiani, e ancora di più per noi di America Latina, che dobbiamo ricordare quanto la Conferenza di Aparecida ci invitava a essere: “Discepoli e missionari, perché in Lui possiamo avere la vita”. La vocazione è una grazia di Dio. Il Signore non ci chiama perché siamo migliori di altri o per alcun nostro merito speciale. L’apostolo Paolo nella Lettera che abbiamo ascoltato dice:” Egli ci salvò e ci chiamò ad una vita santa, non per i nostri meriti, ma perché sin dall’eternità, Dio ha deciso darci la sua grazia, per mezzo di Gesù Cristo. É la Grazia che ci raggiunge, perché non abbiamo fatto niente per meritarla, ma il Signore stesso ci chiama a tutti, e non solamente ai sacerdoti o ai religiosi e religiose, per essere missionari. Per questo è importante prima di tutto che siamo discepoli. Il discepolo è colui che passa attraverso una forte esperienza di incontro con Dio, è colui che possiede una spiritualità, una vita di preghiera. Oggi nel Vangelo, Gesù chiama i suoi discepoli a salire con Lui alla montagna. Gesù voleva pregare, e lí egli vive una esperienza mistica, la trasfigurazione, che è in certo modo la anticipazione della gloria della Resurrezione. È significativo vedere chi sono i discepoli che Gesù chiama a stare con lui; sono i più vecchi (Pietro e Santiago) e il più giovane (Giovanni). Noi, come loro, siamo chiamati a entrare in una esperienza di incontro con il Signore. E questo non è una opzione per il cristiano – posso dire sí o no - ma piuttosto una esigenza che nasce dal fatto di essere cristiano. L’esperienza é tanto forte che Pietro propone di rimanere lí, in contemplazione. Possiamo notare come egli non propone di fare una tenda per sé, se non di farla per i tre più importanti: Gesù, Mosé e Elia. Ma la sua proposta non è presa in considerazione, perché non è sufficiente essere discepoli, bisogna essere missionari: è necessario scendere dalla montagna.
Il centro del Vangelo di oggi è l’espressione del Padre:” Questo è mio figlio, l’amato, il prediletto” Ascoltatelo”. Questa è la volontà del Padre circa suo Figlio: che deve essere ascoltato dai suoi discepoli. È a lui, al Figlio amato e prediletto, che dobbiamo ascoltare per comprendere il significato della inaugurazione e benedizione che stiamo celebrando. Come ho già detto, si tratta di un giorno di festa per tutti: i frati, l’Associazione Alegría de Vivir e la comunità. Coscienti che nessuno è tanto povero che non abbia qualche cosa da dare e nessuno è tanto ricco che non abbia qualche necessità, posso dire che questo Centro nasce dalla sofferenza di tutti noi. Ció che vedo molto positivo in questa opera è la collaborazione tra i laici e i frati in vista di un progetto comune. Il nostro continente, America Latina, fu evangelizzato agli inizi, dallo sforzo dei laici e delle laiche che arrivarono qui dalla Spagna e dal Portogallo, in un numero significativo rispetto al clero secolare. Questo fatto ci da molta allegria e vedo in questo una risposta della chiesa che comprende che non può più evangelizzare senza contare con l’apostolato dei laici.
Per questo motivo voglio ringraziare, a nome del governo dell’Ordine e a nome mio personale, ai frati dell’Ecuador, ai nostri fratelli dell’Associazione Alegría de Vivir, che lasciarono il proprio paese per venire qui con amore, a queste terra di Ecuador. A loro va la nostra gratitudine e benedizione. Il centro che stiamo per benedire, che sarà destinato a ricevere i bambini e in futuro le famiglie, nasce come una risposta alla vocazione cristiana e alla spiritualità francescana. Tutti conosciamo l’affetto di Gesù con i piccoli “ Lasciate che i bambini vengano a me”.
È appunto questo che vogliamo significare con questa opera: che i bambini possano venire in questa comunità, con i frati, nella parrocchia, nel Centro. Ma anche dobbiamo ricordare che a suo tempo Francesco fece una opzione per i più bisognosi, per il lebbrosi.
Ricordo una bella immagine che si trova nel proto-convento di Rivotorto che mostra Francesco attorniato da bambini. Questa opera, fratelli e sorelle, è una risposta francescana e pastorale alle urgenze della comunità, perché soprattutto in America Latina non possiamo separare l’evangelizzazione dai progetti sociali, dalla promozione umana. Essere un pastore –francescano implica, qui più che altrove, avere attenzione ai poveri, ai giovani, ai bambini, tutte opzioni preferenziali ribadite nella Conferenza di Aparecida.
In questi giorni, parlando con i fratelli che sono arrivati dall’Italia ho scoperto che questa opera nasce a partire dell’amicizia con il nostro fra Marcos, sino ad ora missionario in Pisa e che adesso è qui in Ecuador. Essi mi dicevano che li unisce l’amicizia con lui, e da questo è nata la vicinanza e l’attenzione all’Ecuador. Voglio manifestare a fr. Marcos la nostra gratitudine per il suo lavoro e dedicazione a favore di questa opera che sta nascendo.
“ Alzatevi, non abbiate paura” ( Mt 17), così parla il Signore nel Vangelo ai suoi discepoli, così egli parla a tutti noi oggi. Che questa opera non sia la unica dei frati e dell’Associazione, ma che a partire da questo luogo, Santo Domingo de los Colorados, possiamo veder nascere molte altre opere che possano portare i valori della fede cristiana e della spiritualità francescana. Che così sia. Amén!
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